sabato 22 ottobre 2011

Jeremy Bentham, una mummia molto “british”


"Auto-Icon; or, Farther uses of the dead to the living. A fragment" (Londra, s.d. [ma 1842], pp. 21) è una delle operette tra le meno conosciute del celebre pensatore britannico Jeremy Bentham (1748-1832), nume tutelare del moderno "utilitarismo". Parolina magica davvero, "utilitarianism", che sta a indicare una dottrina filosofico-giuridica che tutto rovescia e riduce al principio della “massima felicità del maggior numero” (the greatest happiness of the greatest number…). Dove per "felicità", stringi stringi, si intende ovviamente il ben più prosaico "interesse" (sterline, dollari, quattrini, bajocchi...): unico metro, questo, da cui — stando al "buon" Geremia, pensatore pragmatico e mattacchione assai — l’uomo occidentale, moderno sacerdote liberale del profitto, dovrebbe lasciarsi guidare in ogni suo atto (e misfatto).
Come stupirsi che una sì "nobile" ed "elevata" opinione del genere umano abbia riscosso, tra i tanti, il plauso, l’approvazione oserei dire entusiastica di un Carletto Marx? Sì, proprio lui: il vecchio e caro Karl Marx from Treviri, che — lo ricordiamo a beneficio dell’on. Veltroni, anticomunista della più bell’acqua e noto critico cinematografico — non era un attore comico tutto naso e mustacchi... Marx che, dicevamo, in un lettera da Londra all’amico Engels (lettera coeva, se la memoria non ci inganna, alla prima stesura del Capitale), confessava candido: "Non faccio che leggere Bentham..."

L’autore del Manifesto si sarà forse — chi lo sa? — anch’egli imbattuto, nelle sua foia benthamiana, in quel curioso e stravagante scrittarello di cui sopra si diceva: Auto-Icona. Vi avrebbe trovato profetiche indicazioni circa uno speciale "trattamento cosmetico" di cui — ironia della sorte — avrebbe fatto le spese il suo futuro e più insigne discepolo, Vladimir I. Lenin. A suo modo, il testo in questione è infatti un involontario e troppo spesso dimenticato "cammeo” della letteratura gotica e dell’orrore, degno di stare alla pari con le pagine più dreadful di un William Beckford o di una Mary Shelley. Bentham dà qui il meglio di sé, allorché, in nome e alla luce della sua teoria utilitaristica, si scaglia contro la deprecabile abitudine dei suoi connazionali di dare cristiana sepoltura alle salme dei “padri della patria”, siano essi scrittori, poeti, primi ministri, monarchi o generali...

Perché, domanda e si domanda il Nostro, ostinarsi a sciupare tanto ben di Dio, con grave danno — morale e materiale — della collettività tutta? Non sarebbe meglio che lo Stato provvedesse per tempo a mummificarne le altere carcasse, per poi deporle, vestite di tutto punto, in delle teche di vetro, a loro maggior gloria e a perpetua edificazione dei posteri? (Parentesi: ve lo immaginate un Berlusconi o, che so, uno Scalfaro in posa oratoria perennemente sotto vuoto? Horresco referens! Chiusa parentesi).

Quanto ai migliori, agli ottimati della società, non pago di questa sua geniale sortita, Bentham propone che li si collochi lungo i viali alberati dei parchi (bucolico, vero?), dove appositi addetti alla manutenzione saranno poi chiamati a cospargere periodicamente queste "icone" in ciccia e ossa (più ossa che ciccia…), con un "velo di coppale" (traduco alla lettera), per evitare che gli agenti atmosferici (pioggia, vento, liquame...) vi arrechino offesa.

Bisogna comunque riconoscere a Bentham di essere stato coerente con le sue escogitazioni in materia di "auto-iconismo", per quanto senili e strampalate fossero. E di esserlo stato al punto da inserire, nel testamento olografo contenente le sue ultime volontà, minuziose disposizioni circa l’imbalsamazione del proprio cadavere. Cadavere che oggi — per la gioia degli amanti del macabro — è possibile ammirare, allegramente seduto in abiti originali da country gentleman, in un corridoio del prestigioso University College of London, dove esso "riposa", si fa per dire, dalla seconda metà del XIX secolo.

Ma la storia di questa mummia, very, very british, non finisce qui, dal momento che il diavolo — come si sa — fa le pentole e non i coperchi. A pochi anni dalla morte di Bentham cominciarono a manifestarsi segni inquietanti di un progressivo deterioramento della stessa. Ben presto, il cranio del filosofo ne risultò danneggiato in modo irreparabile. Fu allora che, onde porre rimedio all’imbarazzante situazione venutasi a creare, le austere e impassibili autorità accademiche di Londra decisero di sostituire la veneranda zucca, andata a male, con una molto più innocua copia di cera, salvo poi sistemare l’originale, malamente restaurato, ai piedi della mummia.

A quel punto, da tragica quale si era in un primo momento prefigurata, la cosa si fece comica. La vis goliardica dei compassati studenti del non meno compassato college londinese si scatenò senza ritegno. Finché un giorno, la testa di Bentham — o meglio, quel che restava di essa — fu presa di mira da bande di giovinastri avvinazzati che, ligi allo spirito dell’utilitarismo, la trafugarono per servirsene come palla da rugby.

Con buona pace, vivaddio, dell’aspirante faraone...



Angelo Iacovella