sabato 1 ottobre 2011

Roman von Ungern-Sternberg


Barone e sanguinario (1885-1921) 

Quando, immensa e gravida di millenni, l’Asia Centrale lo chiamò a sé, il giovane Roman – eroico rampollo di una rude schiatta di guerrieri di ceppo baltico – non seppe resisterle. Prima di lui, mercanti, poeti, viaggiatori e missionari a non finire si erano giocati la vita andando alla ricerca della Re del Mondo. Come Alessandro il Macedone, anche von Ungern-Sternberg accarezzò l’idea di governare il mondo dal cuore di Shamballa, e ci sarebbe riuscito se i bolscevichi, ai quali si era opposto con tutte le forze a sua disposizione, non lo avessero fucilato mentre impazzava in Mongolia. 

Nei libri di storia, si parla di lui – questo è vero – come di un contro-rivoluzionario velleitario, di un “russo bianco” ossessionato da mire pan-asiatiche. Fandonie! Oggi come oggi, lo si potrebbe semplicemente definire un mistico buddhista, capace – perché no? – di crudeltà inaudite e di gesti plateali. Si ricordano ancora le facce stupite dei suoi sottoposti mentre sfrecciava ghignante al volante di una grossa Fiat tra le strade polverose di Urga, la testa piccola tra le ampie spalle, i capelli biondi spettinati al vento, i baffi rossicci, il volto stanco ed emaciato come quello di un santo appena uscito da un’icona bizantina. Ma vi basti sapere questo: prima di ogni battaglia, si ritirava in profonda meditazione davanti a una statua dorata dell’Illuminato, mentre, dall’alto dei loro monasteri, legioni di lama recitavano mantra a suo favore.

Fu grazie, presumo, alla magica potenza di quelle litanie se egli riuscì, contro ogni previsione, a liberare il Tibet dai Cinesi, sia pure provvisoriamente. Infine, configurandosi ai suoi occhi il comunismo sovietico non come un fenomeno a sé stante, bensì come l’inevitabile e ultima conseguenza di un processo involutivo della civiltà mondiale, sognò di mettersi con un esercito alla testa di un’alleanza indo-giapponese che, sola, avrebbe potuto contrastare da Oriente, in nome di un’invitta tradizione spirituale, il dilagare della sovversione rossa. Qualche secondo prima che il plotone di esecuzione facesse fuoco, un dio della guerra si impossessò di lui e, stando a quel che si racconta, lanciò dalle sue labbra una tremenda profezia: “Ungern Khan perirà di una morte atroce, ma la Russia conoscerà il terrore e affonderà in un mare di sangue”. 

Angelo Iacovella