lunedì 17 agosto 2015

Strappare un figlio alla madre: il caso di Martina Levato


Mi chiedo solo questo: il carcere non dovrebbe - secondo quanto dispone la nostra legge più "alta", la Costituzione - mirare al "recupero" dei detenuti? (cfr: terzo comma dell’articolo 27 della Carta: “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”). E in che recupero potremo sperare mai per Martina Levato - la ragazza condannata a 14 anni in primo grado per l’aggressione con l’acido al suo ex fidanzato - ora che lo Stato le ha tolto il bambino appena nato? Dove era il pericolo, per il neonato? Quanto più crudele di tante madri a piede libero potrà essere con il suo bimbo Martina, in carcere, davanti a decine di occhi che la controllano? Forse, lasciandole il piccolo - oltre a tutelare il diritto di un figlio ad essere allattato, e baciato, e amato dalla madre - le istituzioni, questi oscuri burocrati, avrebbero potuto far nascere un seme d'amore nel cuore, violento e duro, di Martina.

Sul tema si sono espressi anche la Giunta e l'Osservatorio Carcere dell'Unione camere Penali, inviando un appello al Guardasigilli e diffondendo un durissimo comunicato, "sulla presunta tutela del minore, sottratto alla madre detenuta". "Quanto accaduto - accusano i rappresentanti dei penalisti associati - è l'ennesimo inaccettabile segnale della distanza di quella cultura della dignità della persona che troppo spesso governa l'amministrazione della giustizia, l'esecuzione delle pene detentive e l'utilizzo dello strumento custodiale". I firmatari della nota si schierano "dalla parte del bambino" e insieme "dalla parte della madre", contro quella che chiamano "la vergogna dello Stato che rapisce il neonato ad una donna detenuta" e infligge a una donna "una pena suppletiva non prevista da alcuna norma" e nega al nuovo nato "il calore materno". Le accuse continuano. "La nostra malandata Giustizia - scrive l'Unione delle camere penali - mette i sigilli al rapporto madre-figlio, sovrapponendosi alla natura, minando per sempre una giovane vita". 

E, ancora: "La legge tutela il diritto delle madri detenute ad occuparsi personalmente della cura dei propri figli in tenera età (ed il correlato diritto dei figli a godere dell'affetto e delle cure delle proprie madri recluse) anche in contesto detentivo, quando eccezionali esigenze di cautela non consentano di concedere loro gli arresti domiciliari. Nessuna condanna penale può autorizzare a sottrarre d'imperio un neonato alla propria madre, a meno che essa non venga motivatamente giudicata incapace di accudirlo. Per converso, lo straordinario clamore mediatico che circonda il caso in questione, come tanti altri, sembra ammantare di normalità anche una simile incondivisibile decisione giudiziaria, nel cinismo della cronaca che deborda in pubblica invettiva contro il colpevole". Per tutto questo, gli organismi del'Ucpi chiedono che il ministro della Giustizia "faccia sentire la sua voce".