lunedì 25 luglio 2011

Accadde a Chicago


A Chicago, prima della Grande Guerra, gli italiani avevano un solo modo per alzare qualche dollaro in più con cui togliersi uno sfizio: lavorare per la Mano Nera. L’alternativa era spaccarsi la schiena lustrando le scarpe o vendendo giornali agli yankees per le strade polverose dell’Illinois. Jim Colosimo, oriundo calabrese, non era tipo da piegarsi a un lavoro da emigrante.

Ragion per cui, si gettò prima nel racket delle piccole estorsioni, a danno di macellai o venditori di liquori. Poi, siccome gli piacevano le femmine, si mise in società con Hinky Dink e Bath House, due grassi e corrotti consiglieri comunali, che non volevano sporcarsi le mani in prima persona. Le sue quotazioni da gangster salirono alle stelle quando, nel 1910, dopo aver gestito i migliori bordelli della città ed essersi arricchito, gli venne in mente l’idea di aprire un ristorante, al numero 2126 di South Wabash, nella zona più "in" della città. Uomini politici, sindacalisti e boss mafiosi quasi fecero a pugni per partecipare all’inaugurazione del “Caffè Colosimo”, perché sapevano che da Jim avrebbero trovato gli chef migliori e le bambole più disponibili.

Quando, nel 1920, arrivò a guadagnare la bellezza di 50.000 dollari al mese, suo nipote Johnny Torrio, sangue del suo sangue, decise che era venuto il momento che Jim si togliesse una volta per tutte dai piedi e gli piantò una pallottola nel cranio, proprio qui, dietro l’orecchio destro. Era la notte dell’11 marzo, e il feroce malavitoso di Chicago stava tornando a casa per tuffarsi nelle braccia della sua seconda moglie, una ballerina americana di diciannove anni dalle curve niente male. L’arcivescovo locale, dopo il funerale, negò alla salma una sepoltura in terra consacrata, non perché fosse stato un assassino matricolato, ma soltanto perché si trattava, così spiegò, di un "uomo divorziato". Una cosa imperdonabile agli occhi dei cattolici.

Angelo Iacovella