giovedì 25 agosto 2011

Charles Mingus, Boogie Man


Aveva otto anni o giù di lì. Era una domenica mattina, in California, ed il piccolo Charlie aspettava con ansia che la madre sfornasse la colazione perché quello era il momento delle ciambelle allo sciroppo di acero. All’improvviso, dalla vicina parrocchia battista, l’eco di un coro gospel gli giunse all’orecchio attraverso la finestra della cucina. Va detto tuttavia — per dovere di cronaca — che non sarebbe mai diventato il contrabbassista del secolo, se quella vecchia radio nel salotto non avesse trasudato, di tanto in tanto, le note di Duke Ellington.

Diede meglio di sé quando lo ingaggiarono per esibirsi in un locale di Harlem pieno di fumo e di rumori molesti e di gente distratta che amoreggiava ai tavoli. Colpiti dalla geometrica potenza dei suoi assoli, i critici cominciarono a parlare e — cosa più importante e remunerativa — a scrivere di Charlie Mingus come di un «metafisico del jazz». Ripensandoci bene, non c’era alcunché di mistico o di ispirato nella sua musica (ascoltatela!) o nel modo in cui si accostava al contrabbasso pizzicandone le corde come fossero state le gambe di una pollastra mozzafiato seduta in platea. Gli piaceva da matti correre dietro alle bionde che frequentavano l’ambiente del be-bop. Negli anni ’60, convolò a giuste nozze con Sue, perché è una cosa priva di senso comporre una suite in quattro movimenti, se non hai una donna “giusta” a cui dedicarla.

Alla fine, dopo molte disavventure e abusi di ogni genere, mise la testa a partito e si convertì al buddhismo. La sclerosi laterale amiotrofica se lo portò via a 56 anni, in una casa di Cuernavaca (Mexico). Era il 5 gennaio del 1979. Causa del decesso: sclerosi laterale amiotrofica. Prima di tirare le cuoia, incaricò la moglie di seppellirlo alla maniera indù, anche se tra i soliti reazionari benpensanti, a cose fatte, circolava l’accusa che avesse simpatizzato un po’ troppo per le “Pantere Nere”. Ma il colore della pelle conta veramente poco quando le tue ceneri galleggiano sulle acque melmose del Gange.

Angelo Iacovella