domenica 25 ottobre 2015

Ivanov all'Eliseo


“In Čechov il tragico appare sempre un po’ assurdo”, ha scritto Peter Brook nel suo Il punto in movimento, ed è in questa dimensione tragica e allo stesso tempo grottesca, che il regista e attore Filippo Dini ha immerso il suo Ivanov, messo in scena dal 3 al 15 novembre al Teatro Eliseo (via Nazionale 183),  con 9 attori (anche Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Gianluca Gobbi, Orietta Notari, Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe) che donano coralità all'affresco di un’umanità alla fine, una società sull’orlo del baratro che avverte l’arrivo dell’apocalisse che di lì a poco spazzerà via la realtà conosciuta. Il testo ha la nuova traduzione di Danilo Macrì, le scene e i costumi sono ideati da Laura Benzi, le luci disegnate da Pasquale Mari e le musiche scritte da Arturo Annecchino.

Prima delle grandi opere teatrali dell'autore russo - scritta nel 1887 a 27 anni - Ivanov racconta gli ultimi anni di vita di un uomo che fa i conti con la propria inadeguatezza e con l’irrimediabile perdita di ogni speranza nei confronti della vita. La sua lotta contro le forze esistenziali che lo stritolano nei rapporti con i suoi amici, con i suoi nemici, con sua moglie, si dispiega in scena attraverso un’emotività e una brutalità dirompenti. Uomo superfluo, così si autodefinisce Ivanov, qualcuno che non riesce ad applicare le proprie energie alla vita e soccombe al proprio destino. Non ama più la moglie, Anna Petrovna, che per sposarlo ha abbandonato la propria famiglia e la religione ebraica, e assiste impotente alla sua morte per tisi, così come assiste senza agire alla decadenza irrimediabile della sua tenuta. Saša, giovane figlia di facoltosi vicini, lo ama da sempre e dopo la morte di Anna tutto è pronto per le nuove nozze. Ma per Ivanov non ci sarà scampo, vittima di se stesso e del proprio destino.

Attraverso la figura dell’uomo inutile, personaggio ricorrente nella grande letteratura russa, che non riesce a spingere il proprio cuore oltre la paralisi del mondo e la propria volontà oltre l’immobilismo, Ivanov racconta la crisi e il declino di un’intera società e di un’intera epoca, che pare impazzita a causa del “virus” incarnato dallo stesso Ivanov. Un male, quello del protagonista, che “può essere letale - come ha affermato Filippo Dini – può portare alla perdita di ogni capacità vitale, alla morte della passione, dell’entusiasmo; a causa di questo virus le nostre migliori qualità possono deperire fino a farci ammalare. Può spegnere la nostra capacità di sognare una vita più felice e più serena, la nostra voglia di ascoltare le persone che abbiamo intorno e che amiamo, il desiderio di comprendere i limiti dei nostri simili, l’ardore di amare senza condizioni e misura”.

Čechov sembra esortarci tutti a confrontarci con il nostro Ivanov interiore. Ecco perché la sua morte, autoinflitta, sarà attesa per tutta la durata della pièce, perché per dirla con le parole dello stesso Čechov, “questa morte serve per cominciare nuove imprese”.