sabato 8 ottobre 2011

Ezra Pound: un confuciano a Rapallo


Nove luglio 1958. Uno sciame di cronisti si accalca sul molo del porto di Napoli, in attesa che il transatlantico Cristoforo Colombo, diretto alla volta di Genova, faccia finalmente scalo. Dal ponte del piroscafo, inondata dai raggi del sole, una sagoma biancovestita si sporge e fa un cenno con la mano, mentre il vento del pomeriggio accarezza la barba beffarda, sale e pepe, del “più grande vate americano del ’900”. Nel frattempo, un Dio-Gabbiano saluta l’arrivo di Ulisse, reduce non dalla Guerra di Troia, bensì da un prosaico ospedale psichiatrico dei democratici Stati Uniti d’America. 

“Ezra Pound felice di essere nuovamente in Italia”: così, il giorno dopo, un quotidiano italiano, a proposito dell’imminente sbarco del grande poeta, autore dei Canti Pisani, dichiarato “pazzo da legare” per aver proferito, durante la guerra, imperdonabili radio-concioni a favore di Italia e Germania e contro l’usura. 

Gli bastò rimettere piede nel nostro Belpaese per scoprire quanto acuta fosse in lui la nostalgia dei giorni trascorsi a Rapallo, prima che il karma di un’Europa moribonda lo consegnasse nelle mani di una giustizia esercitata — come sempre, d’altronde: e non è colpa di nessuno — all’insegna del vae victis. 

Dopo un breve soggiorno a Merano nel castello di proprietà del genero (l’egittologo Boris de Rachewiltz), Pound fece le valigie e, con qualche primavera di più sulle spalle, se ne tornò in Liguria. “Troppo malato per occuparmi di qualsiasi cosa interessante”, scriveva nell’agosto del ’59 a un amico, su carta intestata dell’albergo Grande Italia & Lido di Rapallo, con “vista mare e spiaggia privata”… “Chi conoscete fra i medici d’Italia?”. 

Infine, per non perdere l’allenamento, si mise a rivedere la sua traduzione dal cinese del Ta S’eu Dai Gaki, o Studio Integrale di Confucio: scrigno di massime ad uso del sapiente. 

Ne apriamo una pagina a caso e leggiamo: “Conoscere il termine... e poi orientarsene... chi resta sereno di faccia a una tigre, può arrivare al proprio scopo all’arrivo dell’ora destinata”. 

Angelo Iacovella